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Restrizione calorica e longevità | cosa dobbiamo sapere

restrizione calorica

Mangiare meno fa vivere più a lungo?
Questa domanda stimola interessanti ricerche da molti anni, ma quanto c’è di solido dietro la  moda dilagante  del digiuno intermittente e di altri protocolli che si propongono come panacea?

restrizione calorica

Restrizione calorica e autofagia:

Sin dagli anni 30, nei modelli sperimentali, principalmente saccharomices cerevisiae e topi,  si è osservato che una riduzione delle calorie introdotte con gli alimenti (a volte al limite della sopravvivenza) conduce ad una aumentata longevità e la maggior parte di questi studi correla con l’attivazione dei geni del complesso autofagico.

Facciamo un breve ripasso di biologia molecolare ricordando per sommi capi cos’è l’autofagia e in che modo interviene nel rallentamento dei processi degenerativi cellulari.
L’autofagia è un meccanismo adattativo, lisosoma mediato, che consente alla cellula di auto-generare substrati energetici e ridimensionare le proprie attività metaboliche per sopravvivere in condizioni di ridotto apporto energetico.
In medicina il fenomeno autofagico è studiato e sfruttato in campi importanti, come quello della lotta contro il rigetto post trapianto e contro i tumori ( sappiamo che I topi con inattivazione genetica di Beclina-1 o altri componenti del sistema autofagico hanno aumentata incidenza al cancro; la delezione mono-allelica di Beclina-1 si riscontra nel 40-75% dei tumori all’ovaio, alla prostata ed alla mammella nell’umano).
Si osserva inoltre che i geni per l’autofagia vengono progressivamente silenziati con l’età; modelli sperimentali hanno dimostrato che un’efficiente autofagia si correla con l’aumento della longevità (in Drosophila melanogaster ne aumenta la vita del 50%)

Per quanto questi dati possano essere entusiasmanti, è bene sottolineare che la quasi totalità di essi deriva da studi su topi, lieviti e moscerini della frutta, e che questi ultimi hanno un ciclo vitale che si esaurisce in pochi giorni mentre il topo vive in media tre anni.
Possiamo quindi applicare i risultati di questi test riguardanti la possibilità di allungare la vita all’organismo umano?

 

Gli studi sui primati

In tempi recenti, due importanti studi volti a valutare gli effetti a lungo termine della restrizione calorica sui primati, diedero inizio ad un importante dibattito in merito ai loro dati drammaticamente contrastanti.
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Uno dei due lavori ebbe inizio nel 1987 presso il NIA  National Institute of Aging. Lo studio si svolse su 120 esemplari, alcuni dei quali vennero sottoposti ad un regime alimentare dalla calorie ridotte del 30% ma con le stesse percentuali di nutrienti rispetto al gruppo di controllo, che continuò a mangiare normalmente per tutta la durata dell’esperimento.
Come riportato su Nature in un articolo del 2012, il gruppo in restrizione calorica non sembrò aver ottenuto vantaggi in termini di longevità. Questo contraddiceva totalmente quello di uno studio presentato in precedenza dal Wisconsin National Primate Research Center,  nel quale un gruppo di esemplari di età compresa tra i 7 e i 14 anni fu nutrito con un pellet contenente il 30% di calorie in meno rispetto a quello offerto al gruppo di controllo.
Il gruppo di controllo, in questo secondo studio iniziato nel 1989, mostrava un aumento dei fattori di rischio triplicato rispetto al gruppo sperimentale.

Le interpretazioni date a questa discrepanza di conclusioni furono molteplici, dall’età degli esemplari, alla differenza del contenuto in carboidrati nel pellet fornito agli animali per tutta la durata dell’esperimento.

Vivere di più mangiando meno?

 

Sebbene i ricercatori del NIA e del Winsconsin si affrettarono a specificare che gli studi sulla restrizione calorica rappresentano uno strumento di ricerca, non un suggerimento per uno stile di vita alternativo, negli anni passati in molti si sono appassionati all’argomento, spesso alla ricerca di facili guadagni .
Se è indiscutibile che oggigiorno una grossa fetta della popolazione si nutra in eccesso rispetto alle sue reali necessità, è altrettanto vero che una restrizione calorica del 30% rispetto ad una dieta normocalorica non è sostenibile da tutti, nel lungo periodo.
Le necessità caloriche dipendono da vari fattori, in rapporto con la costituzione organica e l‘equilibrio ormonale (es: ipertiroidei, necessitano di apporto calorico maggiore per il metabolismo basale aumentato; i bambini e gli adolescenti hanno bisogno di un apporto calorico per kg di peso maggiore degli adulti, gli anziani necessitano di un apporto proteico aumentato,  etc.). Un’alimentazione corretta può inoltre prevenire numerose patologie, tra cui i tumori, soprattutto quelli riguardanti il tratto digerente, e le disfunzioni cardiovascolari. È da ricordare che il cibo, come altre sostanze, può dare dipendenza, attivando sistemi dopaminergici, del benessere e della ricompensa, meccanismo che spesso è alla base di gravi disturbi alimentari.

Ma, come abbiamo avuto modo di ribadire in altre occasioni, è necessario attuare un processo di prevenzione multifattoriale che promuova uno stile di vita sano, basato non solo su un’alimentazione equilibrata, ma anche sull’esercizio fisico, sull’astinenza da fumo, alcool e comportamenti a rischio.

Bisogna ricordare che gli arzilli centenari che ci vengono proposti come testimonial di un particolare regime dietetico, hanno probabilmente passato buona parte della loro giovinezza dedicandosi a lavori fisicamente impegnativi e comunque lontano dalle mollezze contemporanee.

Inoltre, Il minore introito calorico agisce nel ridurre la senescenza cellulare con 3 meccanismi molecolari:
– minore aterosclerosi e ridotto quantitativo di insulina (fattore di crescita) che induce una minore espressione di mTOR
– minore espressione di IGFR (riduzione nella produzione di ROS e del rischio tumorale)
– aumento delle Sirtuine;
ma tutti questi effetti possono anche essere frutto di un’attività fisica costante e moderata, decisamente più tollerabile e meno rischiosa di un drastico taglio calorico.

In conclusione, è preferibile mantenersi nel range di una dieta normocalorica, completa e integrata da una adeguata routine di esercizio fisico, prima di lanciarsi in esperimenti dietetici non ancora supportati da studi solidi.

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